Sonetaula

Montaggio Presa Diretta “Sonetaula” un film di Salvatore Mereu

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Siamo in Sardegna nel 1937. Sonetàula (Francesco Falchetto) ha dodici anni ed è un servo pastore, il padre è al confino, e lui cresce con il nonno (Serafino Spiggia) e lo zio Giobatta (Giuseppe Peppeddu Cuccu). A diciotto anni Sonetàula reagisce a un affronto sgarrettando il gregge del provocatore. Non risponde alla chiamata dei carabinieri, diventa latitante e poi bandito. Il destino di Sonetàula si intreccia con quello di Maddalena (Manuela Martelli) e di un altro ragazzo, Giuseppino (Antonio Crisponi) che però sceglie un altro destino.

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NOTE DI REGIA
“…Aprì il cancelletto, s’ affacciò guardingo. Non gli sfuggiva l’enormità del rischio a mostrarsi in giro a quell’ora, con tutta la forza pubblica acquartierata a Orgiadas dopo la strage di Iuncargiu. Un azzardo a costo imprevedibile il suo… Riparò in un vicolo familiare, ma anche lì cominciava ad esserci vita… e non poteva fermarsi e nascondersi, prosegui innervosito… giù verso il camposanto… Sapeva di aver trascurato quella mattina le minime regole di sopravvivenza e la via di fuga era ancora lunga e piena d’insidie. S’avventurò nel piazzale, raggiunse di corsa l’abbeveratoio per i buoi, svoltò in una stradina bianca. Era teso, persino un cespuglio scosso dal passaggio di una lepre lo faceva trasalire. Non anima viva nel primo tratto. Poi, alla curva di Nurapegis, tutto accadde in meno di un minuto. L’agitato andirivieni di uomini in kaki oltre una discarica e intorno il clamore di altre squadriglie. Sonetaula capì. L’avevano chiuso in una trappola e ne doveva uscire, il turbamento si rovesciò in furore; aprì il fuoco a raffica lunga, e quelli rispondevano ed era un frastuono alto, si rattrappì dietro la muriccia, unico riparo, sentiva il suo nome gridato con rabbia e l’invito a fermarsi, ad arrendersi. Mai gliela avrebbe data vinta, si sporgeva a sparare e più intensamente sparavano gli uomini in kaki. Seguì una pausa del fuoco, fu spinto a lanciarsi a correre verso l’imboccatura di una caverna sconosciuta. Ancora un crepitìo dalla discarica, s’avvitò con uno scuotimento di tutto il corpo, cadde di schianto, per qualche istante le gambe continuarono a muoversi convulsamente…”

Sonetaula è la storia di una vita che si consuma alla velocità del vento. Appena fuscello, le ossa che fanno ancora “sonetaula” (rumore di legna), si vede portare via il padre prima ancora che questi l’abbia potuto aiutare a diventare albero. La furia del vento, che soffia come un destino ineluttabile al quale non si riesce a opporre riparo, lo getta presto alla macchia bruciandogli rapidamente il terreno intorno senza che vi abbia ancora potuto mettere radici. La combustione è implacabile e si compie definitivamente in quell’ ultimo gesto disperato di fuga col quale si chiude il romanzo (sopraccitato). Spira, sempre, durante tutta la narrazione, una sorta di fato, di stato di necessità, che colloca il racconto dalle parti più alte della tragedia.

Nel leggerlo per la prima volta, si avverte forte l’urgenza di risarcire quella piccola vita che si nega, e subito, anche nella semplice veste di lettori, s’impone l’esigenza di raccontarla perché già questo, istintivamente, ci appare un modo di prolungarla, e di rendergli giustizia. Soltanto la vita vera, ci richiama talvolta a questa esigenza e quasi sempre associandoci all’esperienza del dolore, della privazione. Chi di noi, non ha mai sentito forte, l’anelito di far rivivere attraverso il racconto qualcosa che ci è venuto a mancare. E’ il sentimento che in genere ci accompagna quando ci si ritrova davanti ad un piatto di minestra a rievocare un proprio congiunto la notte della sua tumulazione o in modo meno drammatico quando rincorriamo con le parole, cercando di farlo rivivere, un amore finito troppo in fretta, ma ancora vivo dentro di noi. Un medesimo anelito si avverte assistendo alla fine dolorosa di Zuanne dopo aver vissuto accanto a lui durante la lettura. Come nella vita, anche nel romanzo, c’è certo un sentimento di privazione, quello di una vita che non si compie, reso ancora più doloroso, come tutti i lutti, dal fatto che Sonetaula ci pare di conoscerlo, e pare portare dentro di se qualcosa di noi stessi. La vita di Zuanne Malune infatti non è molto diversa da quella di tanti ragazzi della mia infanzia, cresciuti con me negli stessi banchi di scuola,e ai quali la vita si è negata, e Orgiadas,il paese del romanzo e della sceneggiatura, riassume in se, virtualmente, tante piccole comunità della Sardegna dell’interno che da bambino ho fatto in tempo a conoscere. (La storia in Sardegna, almeno fino a vent’anni fa, è corsa meno veloce che da altre parti).

E poi, vi è la scrittura di Fiori che pare invogliare in questo intento di “riesumazione”. Secca, precisa, tagliente, lascia già prefigurare in modo nitido la scansione delle immagini, e pare tanto fatta apposta per il cinema da far risultare la forma letteraria soltanto temporanea e accessoria, qualcosa da portare, appunto, a definitivo compimento con le immagini. Quasi una sceneggiatura, a saperla guardare, che possiede già inscritta la sua naturale messinscena. Basta tutto ciò per sostituirsi al narratore originario, e in nome di una semplice suggestione letteraria, che forse trova rimandi anche nel proprio vissuto, proporsi a propria volta narratori fino ad avventurarsi in un impresa titanica come un film in costume?

Al di là della grande difficoltà, oggi in Italia, a far diventare i film una professione, una suggestione, quando si presente in maniera così calda, tiranna, senza mai abbandonarci, dandoci costantemente la sensazione di sentirci a casa, oltre a diventare una preziosa bussola nel nostro cammino, deve sempre poter essere un valido motivo per instradarci in un film specie se, insieme a questo tepore, è in grado di procurarci quel sentimento di pienezza, di traboccante gioia intima, di cui tante volte ha parlato un regista, da cui tante volte mi sarebbe piaciuto farmi guardare in questo viaggio, come Gianni Amelio.

La storia di Sonetaula raccontata da Fiori trabocca di questa pienezza, e mi ha risvegliato questa gioia intima, al punto che subito mi è sembrato urgente scriverla, per raccontarla di nuovo. Con molto pudore mi sono addentrato nelle pieghe del racconto e ho cercato di abitarlo cercando di trovare tutto quello che mi apparteneva. Talvolta anche forzandolo, per rendere più vero e più stabile l’appaesamento. Limitarsi ad un’ illustrazione filmica, anche di un romanzo mirabile, sarebbe inutile per gli altri e per se stessi, soprattutto quando un racconto offre la possibilità di raccontare un mondo in cui possono trovare tracce della propria esistenza. Vi può essere motivazione più alta di questa, specie se accompagnata dall’
urgenza di farlo?

SALVATORE MEREU


Berlino
Salvatore Mereu con Francesco Falchetto e Serafino Spiggia al Festival di Berlino
Salvatore Mereu con Francesco Falchetto e Serafino Spiggia


Cinecittà
Stefano Grosso, Gianluca Stazi, Paola Freddi, Angelo Raguseo, Salvatore Mereu, Valentino Giannì
Stefano Grosso, Gianluca Stazi, Paola Freddi, Angelo Raguseo, Salvatore Mereu, Valentino Giannì.

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