Mare Nero

Regia: Roberta Torre
Anno di produzione: 2006
Durata: 83′
Produzione: Cattleya, Babe Films; in collaborazione con Rai Cinema

Un delitto, un fatto di cronaca come tanti. Per Luca, ispettore di polizia alle prese con il trasloco della sua compagna che ha deciso di andare a vivere insieme a lui, in principio è solo una chiamata di servizio in un momento inopportuno. Ma Luca si dedica al suo lavoro con scrupolo ed è dotato di una sensibilità che lo distingue dal cinismo disinvolto dei suoi colleghi. È anche per questo che Veronica si è legata a lui con uno slancio che le ha fatto accettare con entusiasmo – a lei, francese – l’idea di trasferirsi in Italia.
Il loro è un amore ancora giovane, che forse non ha affrontato grandi prove, ma mostra già i connotati di un legame molto forte, esclusivo.
Quella chiamata, però, porta Luca ad occuparsi di un caso che subito lo turba e lo coinvolge più di qualsiasi altro in passato: una ragazza di nome Valentina, bellissima e poco più che adolescente, è stata uccisa in circostanze misteriose nella sua casa di studentessa fuori sede.
Per l’ispettore comincia un’indagine che travalica i confini dell’impegno professionale e si insinua fra le pieghe della sua vita privata, nelle zone d’ombra del suo rapporto con Veronica. Il lavoro, che Luca si era sempre sforzato di tenere separato dalla vita privata, adesso si introduce in maniera subdola nei discorsi con la sua compagna.
Le indagini sin dall’inizio sembrano non promettere sviluppi decisivi. Valentina è un’immagine sfuggente che le testimonianze di amici e familiari non riescono a mettere a fuoco: studentessa modello e inquieta frequentatrice di giri pericolosi.
Sullo sfondo di una metropoli composita e indefinita, Luca dapprima si avventura nei labirinti di un locale notturno, la cui atmosfera carica di grottesca sensualità gli provoca uno stordimento dalle sfumature allucinatorie, e infine approda agli ambienti dove si pratica lo scambio di coppie.
Nel frattempo anche il rapporto con la sua donna ha preso pieghe imprevedibili. Veronica è una donna giovane e molto bella che, per il suo lavoro di agente immobiliare, entra quotidianamente in contatto con uomini sconosciuti, in appartamenti deserti. La suggestione di questa immagine si trasfigura per Luca in una ossessiva fantasia erotica, in un crescendo di giochi e provocazioni a cui Veronica si concede, anche se con qualche remora.
L’indagine in corso giunge ad un punto morto e forse nessuno riuscirebbe a risolvere il mistero della morte di Valentina se non ci fosse un risvolto inatteso.
Nonostante tutto però, agendo all’insaputa dei suoi superiori, Luca prosegue le sue ricerche. Sempre più ossessionato dal ricordo di Valentina, continua ad addentrarsi negli ambienti che la ragazza frequentava, senza più l’alibi dell’indagine, come se, al di là del delitto, fin dal principio avesse cercato di scoprire qualcosa che lo riguarda molto da vicino. Procede in maniera convulsa, violenta, tralasciando il senso del dovere ed escludendo ogni principio deontologico, fino a scavalcare i suoi limiti.
Incapace di opporre resistenza, scivola nel delirio di un girone infernale e vive una serie di esperienze senza più riuscire a distinguere il confine tra realtà e follia.
Forse è tutto un sogno, o meglio, un incubo, carico di fantasmi, proiezioni e immagini ossessive. Un apparente mare nero, senza luce, senza possibilità d’uscita, che in realtà permette un risveglio. O forse no.

RECENSIONI ::: http://www.spietati.it
L’Inferno

Il ventre marino restituisce un satiro danzante, simbolo di vizio dionisiaco; in apertura una dichiarazione d’intenti, un bagno lynchiano nell’other side, il velo squarciato sulla sponda nascosta. La perversione alberga dietro le placide simmetrie di un acquario, nella coppia il germe del dubbio esplode dal nulla – l’assurda crisi tra Luca e Veronica, strumentale e progressiva all’impazzimento dell’uomo -, come una lebbra che spande il suo lezzo e sfuma nelle strade del sogno. Il viaggio di Luca nella sua stessa psiche alterna neri assoluti a bianchi abbaglianti, diventa un tunnel uterino che libera, a livello fisico, una fitta teoria di corrispondenze (la mano – la prostituta che si copre il volto, lo scambista che sculaccia la moglie, il contatto corrosivo col satiro in sogno -, la vista – Perché chiudi gli occhi?, così Luca a Veronica nell’atto sessuale -, i seni, il fallo…) magnificamente assecondato dalle crudeli volute di una regia in movimento. Contro il cinema italiano della buonanotte Roberta Torre regala un’ossessione sincera sottoforma di incubo dai colori del buio, con la cupa sospensione di Twin Peaks e la stringente lucidità di Luci nella notte (un altro percorso, concreto e/o immaginario, alla cui meta è arduo ritrovarsi), e la critica ha sparato su questo film: sarà perché ignora il cappio dell’intreccio, non ha inizio né fine, consegna durrenmattianamente l’omicida a metà e si concede totalmente al dato onirico, in un finale d’antologia a tanti livelli, che rigira tra l’altro la sciabola nell’eterno, doloroso conflitto uomo/donna con paurosa efficacia. Interpreti maiuscoli, da Lo Cascio stravolto alla sfuggente Mouglalis, fotografia da camera oscura di Daniele Ciprì e infallibile base ipnotica di Shigeru Umebayashi. Una perla nera, più sfrontata e splendente dei sorrisi contraffatti che siamo condannati ad ingoiare.

Emanuele Di Nicola
Voto: 7.5
Nerissimo

È bello il ritmo sincopato di Mare Nero, che rifiuta la linearità e la trasparenza. È benvenuta la ripulsa verso caratteri accomodanti e amichevoli in favore di personaggi scostanti o antipatici, solitari, poco disposti al sorriso ruffiano, all’autobiografia scandalistica o spirituale, e meno ancora alla futile conversazione da tè delle cinque. È avvolgente il gioco di luci e di ombre nel quale siamo da subito immersi, e che ci persegue nell’intero film, così diverso dalla luce meridiana e soffice in cui naviga il cinema nostrano dove tutto si aggiusta o si arrangia (e che Di Nicola pungente qualifica “della buonanotte”).
Quanti sono gli italici cineasti che rifiutano categoricamente di farci la morale su ossessioni e perversioni (da intendersi nel senso neutro di eccezioni alla norma prescritta dalla scientia sexualis)? E quanti sono i registi maschi eterosessuali che osano immergersi fino ai capelli nel torbido del desiderio maschile, invece di raccontare in modo sovente stucchevole di sentimenti e buone intenzioni?
Il superfluo, il dolcificante e il fervorino non piacciono a Torre, e le siamo ben grati. È come veder squarciare un velo, nelle nostre provinciali contrade, sul santuario della coppia innamorata, che frana non sotto il peso d’un passato psicanalitico (donne stuprate, orfani bisognosi di carezze, sensi di colpa laceranti. Che palle!) o filodrammatico (la vecchia fiamma che riemerge, il nuovo amore che fiorisce. Che palle bis!) ma divorata dall’interno dalla stessa dinamica che la fa vivere. Desiderio e Buone Maniere non vanno d’accordo, Eros e Societas si guardano in cagnesco. Ma si può sempre rinnovare l’illusione, trovarsi a cena e provare a crederci ancora.
Solo un eccesso di gioco simbolico, più orecchiato che necessario, nuoce a un film coraggioso e ben affidato a Mouglalis, mistero conturbante che si nega all’addomesticamento, e a Lo Cascio, che stavolta si è impegnato a fondo con esiti discreti, ma senza impedirci d’avvertire un che d’imparaticcio nella recitazione (impietoso termine di confronto, ma lo sarebbe per chiunque, la fulminea e memorabile apparizione di Massimo Popolizio).

Hans Ranalli
Voto: 7
COMMENTI

Visivamente Roberta Torre osa, è indubbio. Scompone i corpi, rasenta le superfici, esplora lo spazio in profondità. E, soprattutto, vacilla insieme al suo personaggio: non si tratta di pedinamento coatto o pruriginoso voyeurismo, ma di uno sguardo che aderisce morbidamente all’immersione nel “dionisiaco” dell’ispettore Luca Moccia (Luigi Lo Cascio). Morbidamente e incostantemente: affascinano le leggere resistenze a seguire passo dopo passo il percorso di Luca. Di tanto in tanto la cinepresa si arresta, smette di tallonare l’ispettore e lo lascia allontanare sullo sfondo, osservandolo percorrere un corridoio sotterraneo: lo sguardo recalcitra, resiste, pensa. Non capita spesso al cinema italiano di pensare attraverso la macchina da presa, di renderla uno strumento (auto)riflessivo e il solo fatto che Mare nero riesca a farlo non può che colpire positivamente. Roberta Torre wongkarwaieggia chiassosamente (complici le sinuose melodie di Shigeru Umebayashi)? Non esagera affatto, anche perché corregge la sensiblerie wonghiana con tocchi di frontalità erotica à la Tsai Ming-liang (impossibile non pensare a Il fiume) e con figure sfacciatamente fassbinderiane (la maîtresse del locale notturno su tutte). In più indovina una minuscola sequenza da polar di classe, come quella del sequestro e della ricettazione di una piccola partita di cocaina. Ma dove Mare nero compromette quasi del tutto la propria credibilità è sul versante drammaturgico: il trattamento ellittico e misurato della materia narrativa è clamorosamente contraddetto da dialoghi fastidiosamente forzati (la maggior parte delle conversazioni tra Luca e Veronica sono da antologia dell’improbabile) e da una recitazione spaventosamente artificiosa. La Mouglalis e Lo Cascio non soltanto non sembrano in parte, ma risultano tremendamente impostati perfino quando si lavano i denti o si rotolano sul letto accapigliandosi. Il problema purtroppo non si limita a loro: chiunque entri in una qualsiasi delle inquadrature assume automaticamente posture rigide e affettate, adeguando la recitazione all’innaturalezza dell’atteggiamento corporeo. Il culmine dell’artificiosità si raggiunge nelle sequenze ambientate nella centrale di polizia, dove gli attori ripresi frontalmente ostentano una teatralità che, anche se fosse voluta, risulta francamente irricevibile, finendo per disintegrare la credibilità residua della pellicola. È un autentico peccato, ché, a tratti, Roberta Torre mostra di saper dipingere squarci di inquietante enigmaticità a colpi di cinepresa. Restano frammenti di cinema prezioso e la sensazione di un film ferocemente irrisolto.

Alessandro Baratti
Voto: 5.5

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